P.H.

Date: martedì, 14 ottobre 2008
Time: 00:47
In: frammenti, tales

"Lei non dovrebbe essersene già andato al diavolo fuori di quì?"
Un ghigno ben marcato su quella faccia rugosa lo rende un estraneo nel proprio ufficio.
Dalla cornetta si sentono arrivare ancora lamentele.
Un telefono rosso vecchio stile, ritrovato in chissà quale angolo di mondo.Non fanno più gioiellini di plastica belli così.Un cimelio anni 50, per pochi intenditori.
Levando lo sguardo verso la porta, una figura dai capelli color dell'argento ha varcato quella soglia che non vedeva anima viva da troppo troppo tempo.Quel buco di posto non respirava altra aria se non quella di quell'uomo sudaticcio e stanco con problemi al fegato. Forse cirrosi.Sta di fatto che le bottiglie di gin erano le sole con cui sapeva davvero darci dentro.Le donne non ne volevano sapere di lui.Non poteva neanche permettersele, in quel fottutissimo ufficio non guadagnava abbastanza.Potea solo permettersi alcool e sigarette, il minimo indispensabile.
Una poltrona di pelle in un angolo, una scrivania in legno a cui mancava un piede, una sedia dura e scomodissima, pareti giallastre dal troppo fumo e nessun quadro.Neanche un diploma. I ragni erano i soli veri pardoni di quel ripostiglio: tessevano volentieri fitte trame di derisione e sorrisi crudeli.
Occhi sbarrati d'un azzurro cielo, voce rotta dall'isteria, fianchi larghi e mani tremanti. Ecco la sola figura che si autoinvitava ad entrare. Una donna, sulla trentina, ancora sconvolta e con un tic all'occhio sinistro.
"Ti avevo già detto che sarei tornata a cercarti, prima o poi!"
Gran parte del suo volto era cosparso di macchie bianche, piccole zone prive di melanina che disegnano un motivo ben più esteso.Era comunque una bella donna, sfatta ma bella.
C'era qualcosa in lei ma nessun ricordo preso e analizzato riportava ad un'identikit di quel volto femminile sfibrato e stanco. Niente di lei era familiare.
Indossa orecchini d'oro scrostato. Le sue mani tremanti sono bluastre, sintomo di una pessima circolazione sanguigna.
Lui la osserva.
Ancora niente.
Il suo cappotto a doppio petto liso col caldo che prende forma tra le pighe di quella stanza in quell'agosto scarlatto, ogni tanto qua e là piccole bruciature di sigaretta.Lentamente si abbandona a quel complemento d'arredo nell'angolo più scuro della stanza.
Ha piedi sottili, le scarpe che indossa li fanno sembrare ancor più minuti.
"Hai una sigaretta? ho bisogno di fumare"gli chiede senza guardarlo in faccia.
Lui apre uno dei cassetti della scrivania.Frugando in uno di essi scova una vecchia scatola di latta , la apre e estrae uno di quei cilindretti.
Glielo porge in silenzio.
Dalla tasca del cappotto la vede tirar fuori un'accendino d'oro su incise delle iniziali: "P.H." legge.
Per un istante smette di respirare.
Quella donna a tratti così eterea, a tratti così affranta alza lo sguardo sotto la nuvola di fumo della prima boccata e lo osserva.
"In blocco le tue sensazioni, adesso."
"Le conosco tutte. Ti conosco, Pherson Hell."
Portandosi la sigaretta alle labbra aspira ancora godendo del pietoso spettacolo che Pherson sta inscenando.
Annaspando in cerca di parole tende il mento verso qualcosa di contenuto e lucido.Anche lui il suo cilindretto. Lo accende e aspira avidamente quel fumo bluastro e cancerogeno. Le mani si fanno fredde, anche se è pieno agosto.Una di quelle torride giornate d'afa e umido.
"Ancora niente?!"
"Quella notte dovevo ucciderti, lo sai."
Acora niente veramente.
Lui chiude i pugni in una morsa, più stretti che può.Le unghie non curate e lunghe lo feriscono fino a fargli sanguinare i palmi di entrambe le mani.Non c'è niente che fuoriesca dalla sua bocca nonostante cerchi invano di aprirla riuscendo solo in una pessima imitazione di un pesce sul tagliere di un cuoco giapponese. A due centimetri una mannaia. Un coltello d'acciaio affilatissimo.
Un pò come quegli occhi da cui lui vuole sfuggire, taglienti e vitrei.
Pare morta. Ogni volta che smette di parlare ogni tendine del suo corpo si spegne, e si distende.
Al contrario di quel piccolo e indifeso Pherson. Era lui che fino a poco tempo fa mandava al diavolo l'ennesima possibilità di lavoro retribuito, anche bene, a patto che lui leccasse il culo. Ma niente.A questo non si voleva abbassare.
Uscire vivi adesso da quella situazione era la sola cosa che desiderava.
Jill lo stava assorbendo. Per qualche attimo il tempo pareva essersi dilatato e contratto in uno spasmo.
Pherson deglutisce a stento, sente il suo stomaco chiudersi in una stretta da boa costrictor.
Sapore di sangue in bocca.
La paura lo fa assomigliare alla brutta copia di un assassino pentito. Respirare adesso non è per legge più consentito.

Quello spettro di donna abbandona il palazzo sparendo all'angolo in fondo alla strada.
Il cielo si tigne di un rosso carminio, le auto riempiono i vuoti a perdere lasciati da altre auto.
Un tipico tardo pomeriggio di metà agosto.


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Colloquiando.

Date: giovedì, 25 settembre 2008
Time: 09:25
In: frammenti, labirinti, tales, stanze, irrazionalità, riflessoni

Lei.
Si alzi. Mh.
Sì, proprio lei.Venga a sedersi di fronte a me.

Mi faccia vedere qualcosa che non ho mai visto.
Ad esempio, sparebbe disegnarmi la mediocrità?
No sa perchè in questo studio si reclutano solo avventori in grado di mostrarci qualcosa di verosimilmente affiancabile all'inconcretezza.
Lei ne ha mai fatto uso?Sì, intendo proprio delle astrazioni.

Dice di non aver mai assistito a spettacoli di rara bellezza, come emanazioni di danze pulviscolo atmosferiche delle sinapsi?Interessante.
Sa, in questo ambito posso solo porgerle ulteriori domande a riguardo.

Mi dica, potrebbe associarvi un colore o un sapore?Potremmo giudicarla in base a questi due fondamenti.
Sa, nel nostro studio non ci piace tenere spettri ottici incolore e insapore.Non sarebbe politicamente corretto con il nostro programma aziendale.

E che mi dice dell'incalzante rumore che si estende per miglia e miglia, rumore bianco, sì quello, proprio quello, che mi dice riguardo la sua vitrea appartenenza alla società contemporanea, alla tecnologia asettica e talvolta menzognera, produttrice di stereotipati monoliti dall'aspetto zincato e dalle rifinitissime cromature?

Questo è uno studio di rispettabili professionisti esperti nel campo dell'autoreferenzialità artistica, produciamo solo ed esclusivamente monumenti autoctoni, torte nuziali personalizzate, targhette con sù nome e cognome dell'inventore.Nessuno spicca per bravuta o ingegnosità, quà si tratta di sfoderare se stessi da fondine anonime.
Non sforniamo geni. Lo siamo e basta. Ognuno a suo modo e maniera.

Dice di non avere mai avuto colloqui così dettagliatamente interessati alla sua formazione chiamata vita, esperienza?Sì, quel connubio di razionalità e concisa attenzione verso il particolare.

Lei ha qualche ossessione?
Se sì, le garantisco che in questo caso ha trovato una porta aperta sul mondo, qualcosa di straordinariamente connesso alla sua visione caliedoscopica dell'esistenza.

Dice di soffrire di insonnia?La mattina adora immergere i piedi in mattonelle ghiacciate bianco-avorio ad ore improponibili della notte?Mh.Aspetto interessante della sua carriera esistenziale.

E mi dica, cosa le provoca questa incapacità di organizzare un ritmo equilibrato tra sonno-veglia?
No sa, perchè se si tratta del fatto che pensa, e i suoi pensieri sono reticoli spinosi di tele che vorticano dal basso verso l'irraggiungibile, direi che siamo quasi a buon punto per quanto riguarda la sua assunzione.

In ultima analisi ma non per questo meno significativa, le domando, ha paura della morte?
No sa, qua non si tratta di un gioco al massacro qualsiasi, si parla di grattacieli vertiginosamente alti, si parla di vulnerabilità, si ha a che fare con la malattia, si ha a che fare con la percezione primordiale di noi stessi, il nostro istinto di sopravvivenza legato a questa giungla metropolitana e frenetica.
Dice di no.
Come fa dirlo? Siete usciti a prendere un caffè insieme, lei e la morte.

Mi dispiace. Fino a questo momento aveva fatto un ottimo colloquio, le sue referenze rispecchiavano perfettamente quelle dell'impiegato modello, colui che vive sulla terra con la speranza di servire a qualcosa, di come si suol dire lasciare il segno, quella sottospecie di ipocrita malattia di cui si muore più facilmente.
Lei non ha niente a che vedere con tutto ciò.

Avanti il prossimo.


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Miopia

Date: mercoledì, 24 settembre 2008
Time: 07:59
In: pensieri, frammenti, labirinti, sipario, riflessoni

Certi crepuscoli hanno lo stesso sapore del sangue in bocca. Cieli dalle sfumature ingombranti e stridule.
Quel verde acido è solo inquinamento.Quel rosa non è che opaco malumore generale.
Quel blu ingrigito sempre lo stesso arrangiamento musicale che ti gira in testa ma non preoccuparti, augurati solo che passi al più presto.
Una passeggiata sembra paragonabile ad una seduta dallo psicanalista con la sola aggiunta che non devi pagare un fottuto estraneo per sentirti dire che stai fallendo.
Sì. Sei un perfetto coglione che cammina a testa bassa, pungi serrati, di fronte all'ennesimo impressionante sipario di morte.



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Flesso

Date: sabato, 20 settembre 2008
Time: 08:50
In: riflessoni

Nel flesso delle ore spese a non riuscire a dormire,rifletto.

Io mi domando ma come cacchio si fa?
E voi ribattereste "a fare cosa?"

A non dormire quando dovrei.

Si finisce con il confondersi quando le ore di veglia si mescolano a quelle del sonno e viceversa.
Tutto perde il suo ordine, se mai nella mia vita da insonne ne abbia mai avuto uno.
Il fatto è che ancora non sono capace di tirarmi botte in testa per addormentarmi immediatamente, anche se sarebbero pressochè poco dispendiose e soprattutto istantanee.
La sola pecca è che non sono indolori.
Sti cazzi, dico io.
E allora i vecchi bei metodi delle pecorelle che saltano il recinto per la sottoscritta(e non solo, credo) sono solo delle celeberrime Minchiate e lo narro con la volgarità che contraddistingue una persona che:
 a. non dorme;
 b. le gira il cazzo per quanto citato sopra.

E dopo due caffè, e non due semplici espressi ma bensì due caffettiere da 4, posso dire che mi manca la visione della madonna e sono a posto.


La nota positiva è che l'alba non ha mai avuto sapori-odori-colori migliori di quelli che ho gustato-sentito-visto.


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E' solo simile. c'è solo da non fraintendere.

Date: lunedì, 23 giugno 2008
Time: 03:32
In: buio, stanchezza, labirinti, vetri, riflessoni

Difficile dire da dove provenga questo rumore.

Lo percepisci?
Ascolta
bene, senti niente?

 E' simile al passaggio delle unghie sulla pelle,
è simile al flusso del sangue che scorre e produce rumore scivolando sulle pareti delle vene,
è simile al voltare pagina,
è simile a quell'impercettibile battuta delle palpebre che si chiudono di scatto per riaprisi nell'istante immediatamente successivo,
è il rumore ovattato dei passi nella sabbia,
è il rumore delle mani che affondano tra i capelli,
è il rumore dell' aria nelle notti di afa ,
è simile al rumore di una lacrima che scivola sul viso  e che va a inondare ciò che incontra nel proprio cammino*plic*,
è simile al respiro che quasi nel totale silenzio arriva all'orecchio di quella donna che veglia su quel'uomo addromentato,
è simile alla danza delle lucciole a fine primavera....


Sono la proiezione di me stessa, adesso.
Tutto questo non riesco ad udirlo. Mi manca, come se avessi smesso di vivere.
Vedere la propria immagine che si riflette all'infinito. Fa quasi paura. Tante me che si riverberano. Qualcosa sbatte dentro di me. Genera quel tipo di vertigine che ristagna e ridisegna un'impertinente vuoto che osservo con disgusto.
E non si tratta neanche più di chiedersi perchè. Dovrei abbracciare me stessa come se stessi per estinguermi in tanti piccoli, irregolari frammenti. Ammesso che non sia già successo. Ammesso che ci sia ancora tempo. Ma dubito fortemente di essere riuscita ad arrivare puntuale all'appuntamento con quel boia chiamato Io.
Dubito di essere ancora in tempo per qualcosa.
E domani, si insomma, quest'oggi che deve in qualche modo ancora manifestare la propria venuta in ogni senso, o forse solo in un unico senso, bisogna che mi dia un motivo per alzarmi. Si , bisogna. Ma non necessariamente ritengo che ciò corra in mio aiuto, stringendomi a se. Tanto perchè vorrei, si vorrei, ma è solo un verbo di cui si finisce con il venirne soffocati, non buttare via niente o forse vorrei solo capire se ho effettivamente fatto calare il sipario su ancora un ennesimo capitolo.Giusto per vedere cosa ci sarà nel successivo, ma non concepisco una netta suddivisione, anzi più che capitolo direi un'ennesima favola che si chiude.Che poi ci sia l'eventuale lieto fine non c' è da chiederselo , c'è solo da aver la voglia di fagocitare, se si ha fame di curiosità, le prossime pagine, di un libro ancora da scrivere. O da riempire di immagini.


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